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Giovanni Gnocchi – una classe di successo

Grandi risultati nei concorsi internazionali, per i brillanti violoncellisti della classe di Giovanni Gnocchi: il venticinquenne Shizuka Mitsui, semifinalista nel maggio scorso al Concours Reine Elisabeth di Bruxelles, ha vinto poche settimane fa il 2° Premio al XV Tokyo International Music Competition, eseguendo il Concerto op. 129 di Schumann con la Tokyo Philharmonic Orchestra.
Mauro Paolo Monopoli, 17 anni, ha ottenuto il 6° Premio al X International Čajkovskij Competition for Young Musicians tenutosi ad Astana (Kazakhstan), primo italiano finalista e premiato nella storia del concorso. In finale ha eseguito la monumentale Sinfonia Concertante op. 125 di Prokof’ev con l’Eurasian Symphony Orchestra.
Questi successi sono per la Scuola un grande onore, e per l’intenso impegno didattico del docente una giusta e meritata soddisfazione.
Abbiamo colto la lieta occasione per rivolgere alcune domande a Giovanni Gnocchi.

Innanzitutto, complimenti!
Quali sono le caratteristiche del tuo modo di lavorare con i giovani violoncellisti?
Grazie dei complimenti, ma credo che vadano rivolti a questi giovani violoncellisti!
Non so dire se esista un mio “modo” di lavorare con i giovani, sicuramente quello che mi interessa è dare loro il maggior numero possibile di strumenti, perché possano poi essere indipendenti, rielaborare da soli e far fruttare il tutto, moltiplicando con gli altri input ricevuti e con la propria esperienza e personalità. Quando parlo di strumenti intendo una conoscenza del linguaggio musicale (e dell’armonia!) la più completa possibile, esperienze di esecuzione in pubblico e di consapevolezza nel dialogo durante un concerto live, e aggiungerei anche conoscere sé stessi, ovvero iniziare ad imparare a (ri)conoscere la propria personalità per potersi rapportare con gli altri, oltre che, ovviamente, conoscere il proprio corpo per poterlo mettere al servizio dell’esecuzione del nostro strumento, che più di ogni altro viene proprio abbracciato nell’atto di suonare.
Chiaramente, nello sforzo di cercare di conoscersi, è importantissimo sviluppare, in senso lato, l’orecchio, ovvero la capacità non solo di essere attivi nel “parlare”, ma anche pronti nel sapere captare, recepire, accogliere la novità in genere e reagire coerentemente con logica e vivacità. Questo era uno degli aspetti più evidenti nel modo di lavorare di Claudio Abbado, con cui ho avuto la fortuna di suonare per tanti anni sia con la Mahler Chamber Orchestra che con la Lucerne Festival Orchestra. Credo anche che sia assolutamente fondamentale per tutti i giovani musicisti fare il maggior numero di esperienze di musica da camera in questo senso, e anche coltivare con pazienza l’idea di avere un proprio gruppo stabile, con cui approfondire tutti gli aspetti del linguaggio, dello stile, dell’insieme e degli equilibri (anche per questo, non appena se ne presenta l’occasione, ci tengo a coinvolgere i ragazzi in iniziative di musica d’insieme!).

Hai avuto a tua volta la fortuna di studiare con insegnanti di grande levatura, cosa porti con te di ciascuno di loro?
Sarà difficile poter citare tutti quelli da cui ho appreso qualcosa, ma mi sento di poter riassumere in alcuni grandi blocchi: sin da piccolo ascoltavo le lezioni di Filippini a Cremona, di lui ricordo soprattutto un grande spirito analitico strumentale, l’approccio alla “fonetica” dei suoni, il ragionamento sulle corde e sulle proprie mani e… la memoria! Mi sono diplomato studiando un anno con Luca Simoncini, che ha avuto la pazienza (!) di rispondere a tutte le estenuanti domande che gli ponevo, ed il pregio di farmi prendere coscienza dell’elasticità e delle tensioni delle mani, e del fatto che ogni risultato va costruito facendo ordine e pulizia soprattutto alle radici. Con Mario Brunello ho scoperto il fascino dell’immaginazione e dell’iniziativa, della ricerca sulla partitura, il gusto per gli esperimenti e le scelte, unito alla capacità reattiva in concerto, proprio sul palco, di modificare il proprio discorso senza perderne il filo, e tenere vivo un dialogo stretto con il pubblico. Il gusto della gestualità, delle densità nel suono e dell’agogica nel fraseggio con Enrico Bronzi, poi la grande dedizione ed onestà di Natalia Gutman, di cui ho sempre ammirato la vastissima conoscenza e l’energia nello spronare gli allievi, nel tirare fuori la qualità da ognuno di noi, fino all’ultima goccia!
Con Clemens Hagen, oltre ad un tipo di studio più frequente in una realtà come il Mozarteum, mi sono concentrato sul suono in tutte le sue forme (libertà, risonanza, proiezione, lirismo) e sulla fisicità del suonare, e sull’ultimo passo nel lavoro, la performance, ovvero la capacità di ascoltarsi da fuori, affinare l’orecchio, essere “professionali” non solo nelle intenzioni, ma nel vero risultato.
Infine la curiosità, la conoscenza ed il coraggio nelle scelte del repertorio appresi da Steven Isserlis, uniti alla costante ricerca degli affetti in musica e di una viva “energia mentale” nell’esecuzione.
Dovrei citare molti altri, Harvey Shapiro, Pieter Wispelwey, Antonio Meneses, David Geringas (capace di darti mille stimoli in una sola ora di lezione!), e non posso dimenticare le lezioni con i pianisti Andras Schiff e soprattutto con Ferenc Rados.

La tua biografia è densa di premi, collaborazioni con orchestre prestigiose, concerti cameristici con partner importanti…come riesci a dedicare tante energie all’insegnamento, visto che sei anche titolare della cattedra di violoncello al Mozarteum di Salisburgo?
Posso dire che tutto ciò che ho appreso e che tuttora scopro è, a mio avviso, così entusiasmante e ricco che mi è impossibile non aver voglia di condividerlo.
Se poi vedo che le cose prendono forma e noto delle vere e proprie trasformazioni da una lezione all’altra, allora questo mi dà ancora più stimolo e quindi energia.

Sei a Fiesole da pochi anni…cosa ti ha convinto ad accettare l’incarico? Avevi avuto modo di entrare già in precedenza in contatto con la Scuola?
Ho avuto la fortuna di insegnare per l’Orchestra Giovanile Italiana dal 2006 al 2009, ma quando nel 2015 Andrea Lucchesini mi ha proposto il corso di violoncello non ho esitato un attimo, in primo luogo perché mi sentivo onorato dalla proposta, conoscendo la sua serietà e il suo senso di responsabilità, e poi perché credo che non ci sia luogo migliore dove riunire i migliori talenti del nord e del sud Italia: Fiesole non vuol dire solo una scuola dove far lezione di violoncello, ma una storia, una realtà a 360 gradi (i giovanissimi, gli amatori, la Giovanile, il perfezionamento…), una vera “missione”, soprattutto in Italia.

Quali sono i tuoi progetti artistici per il prossimo futuro?
Ho vari progetti iniziati nei tempi più recenti ed alcune belle novità in calendario.
Tra poco sarò ospite per la prima volta del Ljubljana Cello Fest, dove suonerò la Sonata op. 8 di Kodaly ed altri brevi brani del ‘600 e di G. Kurtág, poi sarò al Bologna Festival in trio con Ilya Gringolts ed Alexander Lonquich, con cui avevo già suonato anche in duo alle Serate Musicali di Milano e all’Unione Musicale di Torino; tornerò per il quarto anno consecutivo al fantastico Ilumina Festival in Brasile, diretto dalla bravissima violista americana Jennifer Stumm, e suonerò sia con lei sia con altri amici, musicisti molto ispirati come Tai Murray, Sacha Soumm, i pianisti Tom Poster e Cristian Budu e quest’anno anche il clarinettista Gabriele Mirabassi! Avrò il piacere di suonare in Italia e Inghilterra con il bravissimo violinista Roman Simovic, terrò un recital con Alasdair Beatson alla Filarmonica di Rovereto ed uno al KotorArt Festival in Montenegro, dal quale ho ricevuto un secondo invito dopo la prima partecipazione nello scorso agosto, poi concerti a Singapore in primavera ed il Delft Music Festival in Olanda, invitato da Liza Ferschtman… non vedo l’ora!

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