Alberto Bocini: le mille e una vita del contrabbasso

“Vulcanico” è il primo aggettivo che viene in mente pensando alla proteiforme attività di Alberto Bocini: capace non solo di coltivare con passione il suo spiccato talento, ma anche di dar spazio alla fantasia, impegnandosi in scelte coraggiose e originali, ha conquistato i traguardi più importanti sia in campo concertistico sia nell’attività didattica.
L’abbiamo incontrato nella pausa pranzo (l’unico modo per intervistarlo, fra una lezione e l’altra del suo corso di perfezionamento), in compagnia di un simpatico allievo spagnolo, Antonio Romero Cienfuegos, ed ecco come si è svolta la nostra conversazione, avventurosamente registrata tra piatti e bicchieri.

Come sei arrivato a Fiesole?
Come giovane studente dell’Orchestra Giovanile Italiana, dal Conservatorio di Firenze dove mi ero appena diplomato in contrabbasso. L’esperienza d’orchestra in conservatorio in quegli anni era molto modesta, e la mia cultura musicale aveva seguito altre strade.

Ovvero?
Alle scuole medie suonavo la chitarra elettrica in gruppi rock, ed in prima superiore sono passato alla chitarra acustica; una volta deciso di frequentare il conservatorio mi sono presentato agli esami di ammissione, ma nella classe di chitarra non c’era posto, così mi hanno offerto di scegliere tra fagotto, corno e contrabbasso… ho scelto lo strumento che almeno aveva le corde!
Sono arrivato a Fiesole sostanzialmente digiuno di musica classica, quindi l’OGI per me è stata un’immersione totale, e molto fortunata: nel 1985 l’insegnante della fila era Franco Petracchi, e quindi IL contrabbassista. Non solo: il primo concerto a cui partecipai insieme all’Orchestra Giovanile fu con Riccardo Muti al Teatro Morlacchi di Perugia! Un’apertura incredibile su un mondo che non conoscevo, e da allora mi ha entusiasmato come una scoperta meravigliosa.

Dopo aver frequentato l’OGI sei rimasto in contatto con la Scuola?
Non subito, perché nel frattempo avevo iniziato a lavorare in orchestra, grazie alla vittoria di alcune audizioni: ho vinto al Carlo Felice di Genova ottenendo un contratto annuale, e poi nel 1988 ho vinto al Maggio Musicale Fiorentino come secondo contrabbasso. Ma non mi sono fermato: ho continuato a fare audizioni, ne ho fatte moltissime…

…E hai fatto bene!
Ne sono convinto. Le audizioni, checché se ne dica, sono una strada ottima per affermarsi. Mi è capitato più volte di sentirmi dire: “Ma cosa vai a fare, tanto si sa che vincerà Tizio…” E invece non è andata proprio così…

Diciamo che esistono anche i fuoriclasse
Diciamo anche però che spesso l’idea che gli altri siano raccomandati e che non ci sia niente da fare può diventare un alibi per non impegnarsi fino in fondo, mentre continuo ad essere convinto che l’importante sia studiare, studiare tanto e bene, e poi si può tentare.
Certamente può capitare che un musicista abbia già collaborato con l’orchestra, e quindi essendo conosciuto risulti indubbiamente avvantaggiato, ma vale comunque sempre la pena di mettersi in gioco.

Tornando alle audizioni…?
Nel ‘91 ho vinto il concorso per la fila nell’Orchestra del Teatro alla Scala; in realtà non pensavo realmente al trasferimento, ma saputo del concorso decisi di prepararmi bene e affrontare la prova: erano disponibili due posti, che vincemmo ex-aequo Libero Lanzilotta ed io. Alla fine, però, nessuno dei due prese il posto (facendo un po’ arrabbiare Muti, che nell’occasione espresse il suo vivo disappunto): non ricordo quale fu il motivo per cui Libero non andò, ma per quanto mi riguarda in realtà non ebbi dal Maggio il permesso di andare, anche se avevo chiesto solo di poter fare un’esperienza nella fila per sei mesi, così… mi licenziai.

Veramente??
Proprio così: nella mia vita mi sono licenziato un sacco di volte, come scoprirai… (sorride sornione n.d.r.)
Mi licenziai dal Maggio con l’intenzione di andare alla Scala ma, a quel punto, a Firenze mi offrirono un contratto annuale come primo contrabbasso: irrinunciabile.
Durante l’anno di contratto però le cose non andarono al meglio: non ero nelle simpatie dello staff, e non feci nemmeno le opportune mosse diplomatiche del caso, così alla fine del periodo, quando si tenne il concorso, il risultato fu “nessun idoneo”. A quel punto me ne andai davvero, ad insegnare, accettando per quell’anno una supplenza al Conservatorio di Cosenza.

Una strana parabola, direi…
In effetti… evidentemente era scritto che dovessi continuare a preparare concorsi, cosa che feci partecipando al grande concorso statale per l’insegnamento, sbalordito dall’assurdità di certe richieste, a partire dall’analisi di una partitura che doveva essere effettuata… senza partitura! Comunque vinsi, e subito dopo feci un’audizione per l’Orchestra Nazionale dell’Accademia di S. Cecilia vincendo anche quella, così ottenni un contratto annuale a Roma.
Nel frattempo continuavo ad insegnare, ormai come titolare: per il primo anno a Mantova e poi a Milano.

Hai trovato finalmente pace?
Non proprio: erano arrivati intanto i miei primi due figli, così decisi di chiedere l’avvicinamento a Firenze, e preparai la relativa domanda con l’aiuto della segreteria del Conservatorio di Milano. Spedita la domanda, mi accorsi che nel mio punteggio didattico erano stati considerati solo i figli, mentre avevo già insegnato alcuni anni. Convinto che fosse un semplice errore da correggere, chiamai il Ministero e, dopo infiniti rimpalli ed attese al telefono, scoprii che… non c’erano errori: alla mia domanda mancava in realtà l’autentica della firma, che proprio da quell’anno era divenuta requisito indispensabile.
Indovina cosa ho fatto, allora? …Mi sono licenziato!

Sembra proprio un irrefrenabile impulso…
Nel frattempo (era il 1997) c’è stato il concorso a Santa Cecilia, dove ho vinto come primo contrabbasso, questa volta stabilmente. Sono rimasto a Roma fino al 1998 e poi sono approdato nuovamente al Maggio -dopo un altro concorso e un altro licenziamento– e lì ho ricoperto il ruolo di primo contrabbasso fino a quando, nel 2012 non ho deciso di… licenziarmi (ormai ridiamo tutti e tre n.d.r.).

E, in tutto questo, qual è il posto della Scuola?
Non secondario, direi. Nei corsi di base insegnava Libero Lanzilotta, che ad un certo punto vinse il posto nell’Orchestra di Montecarlo; così, all’inizio degli anni ’90, fui chiamato ad occuparmi della classe da Piero Farulli, nel solito modo burbero e definitivo.
All’Orchestra Giovanile il docente della fila era Luigi Milani, e quando lui lasciò iniziai ad occuparmi anche dell’OGI.
Infine arrivò l’incarico anche per il corso di perfezionamento, per il quale ebbi l’onore di subentrare proprio a Franco Petracchi. A quel punto mi trovai ad avere alla Scuola ben tre corsi!
Dopo qualche anno dovetti lasciare il corso di base -incompatibile nei tempi con tutti gli altri impegni- a Marco Martelli, che era stato mio allievo a Ginevra, mentre attualmente l’insegnante della base è Anita Mazzantini, anche lei mia allieva.

Cosa significa insegnare a ragazzi grandi, che vogliono qualcosa in più?
È una bella domanda! Antonio, per esempio, è molto bravo, ed è già a sua volta un insegnante, al Conservatorio di Salamanca… infatti gli ho chiesto: “Come posso aiutarti…?”
Mi pongo sempre questa domanda, e la risposta è ovviamente molto diversa, in base alle situazioni dei vari allievi. Molti di loro stanno cercando di preparare audizioni per l’orchestra, ma magari durante gli anni passati in conservatorio non hanno fatto quasi nulla del repertorio orchestrale. A volte ti trovi davanti dei completi disastri, e quindi le cose da fare sono tantissime.

Da dove cominci, in questo caso?
Molto spesso, nei casi di maggiore difficoltà, i problemi sono soprattutto di conoscenza: come dicevo, a volte i ragazzi suonano senza sapere cosa stanno facendo. Non è raro trovarsi in commissione alle audizioni e sentire che chi suona non conosce affatto il passo (tempi assurdi, disattenzione al fraseggio, alla qualità del suono…). Questa inconsapevolezza mi sembra un fatto gravissimo, da arginare subito, così li invito innanzitutto ad un approfondimento di carattere culturale.
Spesso mancano le basi tecniche, e questo richiede un paziente lavoro di ricostruzione di altro tipo.

Qual è la composizione della tua classe di quest’anno?
Attualmente ho 12 allievi, delle più varie tipologie. Li seguo con una lezione lunga, una volta al mese, mentre Marco Martelli lavora con loro a piccoli gruppi sui passi d’orchestra, in un altro incontro mensile. Non ho messo sbarramenti all’ingresso, così accolgo anche talenti più giovani, che magari non hanno ancora completato il percorso del triennio ma meritano attenzione, come un giovanissimo contrabbassista che viene dalla Basilicata e frequenta ancora il liceo. Ho anche degli allievi fantastici, tra cui Antonio (che come dicevo è già un maestro), oppure Alessandra Avico, una bravissima musicista di Torino che mentre stiamo parlando sta iniziando ad onorare il suo primo contratto, come primo contrabbasso alla Fenice, e viene qui per un ulteriore approfondimento dopo aver conseguito il Master nel mio corso al Conservatorio di Ginevra.

Ai più bravi cosa serve, secondo te?
Servono la costanza, la voglia di non mollare mai, la necessaria (ma consapevole) autostima che fa superare le contrarietà che la vita professionale, con i suoi infiniti esami, ci può riservare, ma soprattutto la curiosità e la voglia di continuare ad imparare. Non esiste un punto di arrivo.

I tuoi allievi riescono a partecipare alla vita della Scuola?
Non è facile, perché vengono quasi tutti da lontano, e solo in occasione delle lezioni.
L’unico fiesolano doc è Vieri Piazzesi, che ha iniziato a sette anni con me, poi ha frequentato Ginevra e ora è nella mia classe. Conosce tutti, qui, e viene coinvolto più facilmente.

Parliamo un po’ della tua particolare attività di camerista nella Bass Gang
Esiste da 16 anni con me e Amerigo Bernardi, ma il quartetto -che ad un certo punto era rimasto un duo- ha 25 anni. Al nostro arrivo abbiamo cambiato il nome, che era precedentemente Un’ottava sottosopra: simpatico e originale, ma non avrebbe mai potuto funzionare in Giappone…
La Bass Gang è una zona ludica, che ci impegna solo in certi periodi e richiede un grande lavoro di preparazione: ha un notevole successo, soprattutto in Oriente, dove siamo stati invitati quasi ogni anno, dal 2003 al 2010. Ad un certo punto abbiamo avuto qualche problema di management a causa delle scissioni interne all’agenzia che ci rappresentava, ed ora abbiamo ripreso. Siamo stati in tour proprio poche settimane fa e siamo già stati invitati a tornare nella primavera del 2020; il nostro repertorio è estremamente vario ed eterogeneo, decisamente crossover. L’idea di base è quella di attingere a grandi successi nei più diversi repertori, da quello classico al rock, al jazz, al pop, alla canzone d’autore, rivisitarli, mischiarli, stravolgerli alla nostra maniera, giocando con ironia fra i generi. Un gioco che richiede comunque l’impiego di tutto il nostro bagaglio tecnico e di esperienza.

Hai anche un’attività cameristica più tradizionale?
Il contrabbasso non ha purtroppo un repertorio molto esteso, nella musica da camera, ma grazie ai tanti contatti mi chiamano spesso, quando il mio strumento è previsto in organico. C’è il celeberrimo Quintetto di Schubert “La Trota”, che suoniamo sempre con grande piacere, ci sono il Sestetto di Mendelssohn, il Settimino di Beethoven e l’Ottetto di Schubert… ma non molto altro, a parte alcune rarità che magari sono richieste in occasioni particolari, come mi è successo al Festival di Newport, negli USA.

E la direzione?
Mi capita di suonare e dirigere, ed è affascinante “maneggiare” l’orchestra soprattutto perché, avendo l’intera responsabilità dell’esecuzione, posso fare ciò che desidero con più libertà. Non ho una preparazione specifica per questo, ma ho tanta esperienza dall’altra parte e credo che conti qualcosa. Comunque finora è stata una cosa sporadica, qui a Firenze e in Sud America, dove ho diretto solo pezzi in cui ero anche impegnato come solista.

La composizione ti attrae maggiormente?
Proprio così: ho già scritto tante piccole cose per il mio strumento.

Con intento didattico?
Direi estetico, in prima battuta. Sto cercando nuove possibilità sul contrabbasso, filtrate dal mio background musicale studentesco, che si muove tra jazz e rock. Non l’ho più molto coltivato, da quando ho iniziato a lavorare, tranne che in un disco di musiche dei primi Genesis (anni ’70, quando erano fantastici…).

Quindi comporre vuol dire approfondire ancora il tuo rapporto con lo strumento?
L’idea di comporre è legata anche alla constatazione che ho fatto del diverso rapporto che avevo con i miei due strumenti, la chitarra e il contrabbasso: come dicevo ho iniziato con la chitarra, e fino ai 23/24 anni ho studiato seriamente tutti e due. Mi capitava questo: prendendo in mano la chitarra iniziavo subito a improvvisare, mentre col contrabbasso facevo sempre una scala. Mi è sembrata una cosa terribile, e mi ci è voluto del tempo a sciogliere la cosa, però adesso credo di aver trovato un mio equilibrio, il contrabbasso ed io siamo molto più “intimi” di un tempo, ci capiamo meglio. Così quando mi ci avvicino è come se lui stesso mi chiedesse di fare una scala, un passaggio di un concerto o una improvvisazione, e non lo so fino a che non lo tocco; solo allora mi appare chiaro, fino alla volta successiva…

Navigando in internet, alla ricerca di qualche curiosità al tuo riguardo, mi sono imbattuta in Sliding Doors, una tua recentissima composizione che ha debuttato a Bari pochi giorni fa. Vuoi parlarcene?
C’è dell’ironia, ovviamente… Filosofeggiando, si può dire che l’idea sia quella dei casi della vita, delle scelte che non sempre possiamo fare noi, e a volte sono dettate dal caso, dal fato, da Dio….
Ho pensato ad un coinvolgimento del pubblico, che in questo caso impersona il fato attraverso l’uso della suoneria del telefono. Si individuano nel pubblico otto persone col ruolo di capofila, e si fornisce loro uno schema, in cui è segnata una finestra di tempo in cui partire.
Sliding Doors è infatti un pezzo per violino, contrabbasso, orchestra e suonerie di cellulari, ed è diviso in movimenti che ho chiamato “stanze”. Ognuna di esse ha un ritornello che si ripete fin quando il capofila delle suonerie non parte.

Con una sola suoneria?
No… lui è il “capo”, ma tutti coloro che vogliono farlo possono unirsi; la prima suoneria non si sente quasi, ma pian piano il pubblico prende confidenza e partecipa più attivamente al cluster delle suonerie, che ad un certo punto diventa “armonico” e più organico all’esecuzione.

Vi siete divertiti…
Davvero. Ho scritto anche una Xuite 0 per contrabbasso amplificato e orchestra, che ha debuttato a Porto Alegre e a Belém, in Brasile.
Anche se sembra una battuta, il contrabbasso è lo strumento del futuro (non riesco a dissimulare l’incredulità n.d.r.). Proprio così: il pianoforte ha mille potenzialità, ma le ha già mostrate tutte, mentre il contrabbasso, se amplificato, ha ancora molto di nuovo da dire, con le varie percussioni sul legno, gli armonici, i pizzicati… ci sono soluzioni inedite, che possono offrire nuova linfa al linguaggio contemporaneo, almeno per come lo intendo io.

Parliamo un attimo di questo strumento fantastico, che però ha il difetto di essere parecchio ingombrante… oppure trovi che anche questo sia un pregio?
Non arrivo a tanto. Comunque, se vinci il concorso in orchestra non devi più trasportarlo, e questa mi sembra una prima buona notizia.
Se invece viaggi molto in aereo devi spedirlo in stiva, in una adeguata flight case… e poi devi pregare di avere fortuna! A me non è successo nulla per tanti anni, ma ultimamente mi è capitato di trovare lo strumento danneggiato, così ho fatto fare una copia “da viaggio”. Il mio contrabbasso è dei primissimi del ‘700, anonimo ma molto bello…

E dove l’hai trovato?
È lui che ha trovato me (si commuove, come un attore consumato n.d.r.). Era di proprietà di un industriale pratese, di nome Ottorino Corsini, che da giovane lo suonava. Era contento di mostrare il suo contrabbasso e così, molti anni fa, mi invitò a vederlo: era messo malissimo, tarlato, con un manico che era un tronco di legno e le corde di plastica, perché suonava da ballo. Si intuiva che dovesse esser stato un bello strumento, ma non avrei saputo dire quanto… la cosa finì lì.
Anni dopo, l’unica figlia di Corsini venne ad un mio concerto e mi disse che, pur non avendo intenzione di venderlo, la famiglia (cioè lei) avrebbe avuto piacere di dare il contrabbasso a qualcuno che lo suonasse. Ci accordammo che, una volta restaurato a mie spese, avrei potuto usarlo, e sarebbe divenuto di mia proprietà alla morte della signora. Così è stato.
Dal 1993 questo strumento è la mia voce anche se, come dicevo, adesso porto in tournée una copia. Pensa che, al termine di un viaggio in Sud America dove avevo deciso per l’originale, vista l’occasione importante, ho aperto la cassa e trovato… il manico staccato!!

A proposito delle tue multiformi attività, ho visto che hai inciso per NBB records. È anche questa una tua creatura?
Esatto, è nata come casa discografica dedicata al contrabbasso (infatti la sigla significa nothing but the bass, non lo avevo ancora rivelato…). Dal 2000 diffonde dischi e partiture relativi al nostro strumento, quindi funziona anche come casa editrice.
Ho inciso i primi due cd, ma il catalogo comprende dischi di Pino Ettorre, di Riccardo Donati, di Luigi Milani, e anche di Ezio Bosso, che ha fatto un bellissimo disco di tango con il pianista Gustavo Beytelmann e Luis Agudo alle percussioni.

NBB si finanzia con la vendita dei dischi?
Il mercato discografico è quel che è: vendiamo bene i dischi della Bass Gang quando andiamo in tournée (siamo tornati dal Giappone senza più né un disco né una maglietta!), ma per il resto è dura.
Nei primi dischi ero pieno di buone intenzioni e ho investito di tasca mia, portando in sala il pianoforte di mia moglie Cristina… tutto fatto in casa, con gran dispendio di energie.
All’epoca non c’era ancora il crowdfunding, che invece ho usato per un disco quadruplo che ha coinvolto 24 artisti di tutto il mondo, tra cui anche Antonio (che annuisce, mentre divora i suoi spaghetti alle vongole n.d.r.) ed è uscito un paio d’anni fa.

Hai trovato anche il tempo per rispondere online ai quesiti dei contrabbassisti
È stato un esperimento, che ho dovuto interrompere proprio per mancanza di tempo: si trattava di un forum visibile in NBBrecords, in cui rispondevo in rete alle richieste dei giovani strumentisti, ed ho continuato a farlo per una decina d’anni.

Una cosa generosa… e per finire, non mi resta che chiederti quale sia il tuo sogno nel cassetto
Vorrei dire solo dire che sono contento di quello che è successo fino ad ora.
Ho avuto fasi in cui mi sono concentrato più su una cosa o su un’altra e in questo momento è la composizione ad attrarmi, perciò spero che si apra e si approfondisca sempre di più.

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