Intervista a Gianna Fratta

Il Teatro Verdi di Pisa ha ospitato con grande successo la seconda tappa della coproduzione toscana de La bohème, che coinvolge LTL Opera Studio e l’Orchestra Giovanile Italiana. La direzione è affidata a Gianna Fratta, musicista poliedrica e preparatissima della quale abbiamo voluto approfondire la conoscenza in un’interessante conversazione.

 

Tra le prime notizie che appaiono digitando il tuo nome, ho scoperto con sorpresa che partecipi come docente ad un nuovo Master di II livello in Management per la sanità all’Università Bocconi di Milano. Vuoi spiegarci di cosa si tratta?
Insegno da tanti anni e non è la prima volta che mi trovo a far lezione in ambiti professionali estremamente distanti dalla musica. D’altra parte il funzionamento di un’orchestra e il ruolo del direttore sono da tempo studiati per indagare sul concetto di leadership, analizzare le qualità necessarie ad un manager, comprendere i meccanismi che regolano i rapporti all’interno di un gruppo di lavoro. L’orchestra vede la più grande concentrazione di persone in un piccolo spazio, il che comporta la necessità di organizzare il lavoro in modo molto accurato. I meccanismi che regolano l’attività di un gruppo devono esser tesi a valorizzare le singole competenze sottolineando l’interdipendenza di tutti da tutti gli altri e insegnando ad accettare la corresponsabilità del risultato finale. Sono decisamente temi trasversali, con principi applicabili negli ambiti più disparati.

Davvero interessante… ma torniamo all’inizio: dove e in che modo si è svolta la tua formazione?
Da piccolissima a Como, dove i miei genitori si erano trasferiti per lavoro dalla Puglia. A Como c’era allora una sezione distaccata del Conservatorio di Milano, di cui era direttore Marcello Abbado. Ho iniziato lì, col pianoforte. Presto però la mia famiglia ha fatto ritorno a Foggia e così ho proseguito gli studi nei Conservatori di Foggia per il pianoforte e di Bari per la composizione, la musica corale, la direzione di coro e la direzione d’orchestra.
Ho avuto la fortuna di ricevere gli insegnamenti di grandi maestri come Daniela Caratori, Ottavio De Lillo e Rino Marrone, direttore d’orchestra e didatta di grandissima competenza ed esperienza.

E sei riuscita a realizzare tutti questi obiettivi formativi?
Soprattutto sono riuscita, attraverso la musica, a realizzare me stessa. La musica non è il mio lavoro, non solo. Non è neanche solo la mia passione, il mio impegno, la mia dedizione completa. La musica e ciò a cui ho dedicato la mia vita, in modo totale e senza risparmiarmi. E, come la vita, la musica ti fa gioire e soffrire, prende tutto il tuo tempo e la tua anima. Ti lascia a volte senza forze, a volte con tutta l’energia del mondo. Ti restituisce quello che le dai con una severità poco compiacente e senza mai fare sconti o regali. Ma è giusta, sempre e fino in fondo. Con lei ho un rapporto vero, leale e senza inganni. Se, però, le tolgo anche un minimo di quanto esige, mi punisce senza aspettare e perdonare. Dubito di aver mai trascorso un giorno –almeno negli ultimi 40 anni– senza aver suonato o ascoltato un pezzo, senza aver studiato una partitura o senza aver pensato alla musica. E il bello è che mai mi sono stancata, mai ho perso l’entusiasmo, mai la quotidianità è diventata routine.
Poi, certo, i titoli e gli obiettivi sono importanti. I diplomi in pianoforte, musica corale e direzione di coro, composizione e direzione d’orchestra, le lauree in discipline musicali e quella in giurisprudenza sono stati frutto di uno studio incessante, nella certezza che la formazione sia ciò su cui bisogna puntare, senza risparmiarsi.

Ovviamente non hai mai pensato ad una professione extramusicale
No, volevo troppo fortemente diventare una direttrice d’orchestra e ho fatto tutto quello che ho dovuto e potuto per questo fine.
Ho affrontato sfide culturali, sfide di genere, sfide di carattere, sfide musicali, sfide familiari e contro me stessa. Far cadere tabù, smantellare abitudini, aprire vie, percorrere strade in salita che terminano con porte chiuse, far accettare i propri sogni abbattendo ostacoli e pregiudizi non è semplice. A volte è sfibrante. Ma quando hai un sogno che ti guida ce la fai. Le sconfitte mi sono servite ad arrivare più pronta al momento giusto; le porte chiuse mi hanno fatto tornare indietro per cercare una strada migliore. Non ho percorso scorciatoie, sono andata dritta al mio obiettivo, studiando senza sapere se fosse giorno o notte, senza compromessi e senza regole.
Superate le sfide per arrivare sul podio, iniziano le sfide vere, quelle musicali e poi le tante sfide che ti impone la direzione d’orchestra.
La direzione non è ciò che sembra: si crede che sia un ruolo di potere, invece è innanzitutto un ruolo di responsabilità, che ti assumi in nome della musica.
Il direttore è un’isola solitaria tra due mari di moltitudini, e il podio è un metro quadro difficile da gestire. Non sono successi e luci, ma strade buie e in salita che percorri con i grandi monumenti della storia della musica sulle spalle. Non palcoscenici, ma notti sulla scrivania a studiare senza trovare soluzioni convincenti.

Rendi perfettamente l’idea della fatica e del coraggio necessari al compito…
Camminare con una sinfonia di Beethoven è come procedere con un macigno, che devi poi consegnare al pubblico con la leggiadria di una ballerina sulle punte.
Non si tratta di autorità, ma di saper tirare fuori il meglio che c’è in ognuno.
Non bisogna saper comandare. Non funziona. Bisogna convincere tutti a puntare lì in fondo a quello stesso, lontano, obiettivo che tu hai scelto per tutti, percorrendo la stessa strada. Ci vogliono umanità, sorrisi ed energia infiniti. Bisogna riuscire ad essere un porto anche quando sei in mezzo alla tempesta, saper infondere sicurezza mentre sei assalito dai dubbi, lanciare sguardi di gioia mentre ti si stanno attorcigliando le budella, infondere fiducia mentre vacilli, reagire all’imprevisto abbracciando tutti con lo sguardo e convincendoli che andrà tutto bene.
E poi ti giri e c’è l’applauso. E lì la sfida, per quella sera, l’hai vinta, insieme a tutta l’orchestra, ai solisti, a quelli che ci hanno messo l’anima. Perché la bacchetta non suona e un direttore, senza chi ha di fronte, non può nulla.
Questo mi hanno insegnato i maestri che ho conosciuto nel mio percorso, che non ho incontrato per caso, ma che sono andata a cercare viaggiando tanto e frequentando tanti corsi; tra questi ricordo in particolare il progetto “Bacchette in rosa”, finanziato dal Ministero del Lavoro in collaborazione con la Regione Toscana (e con la Fondazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, la Fondazione ORT, il Teatro Comunale di Bologna e il Teatro del Giglio di Lucca) finalizzato alla formazione di donne che volessero dedicarsi alla direzione d’orchestra, durante il quale ho potuto frequentare lezioni straordinarie come quelle di Piero Bellugi.

Un nome particolarmente caro, qui alla Scuola. Cosa ricordi di lui?
Era un musicista raffinato e gentile, che sembrava non curarsi della propria carriera e amava invece lavorare con i giovani: aveva trovato un modo di insegnare particolarmente efficace e funzionale, che ho molto ammirato. La sua didattica mi ha cambiata.

In effetti insegnare la direzione dev’essere difficile
Si tratta di un lavoro astratto, fatto di gesti nell’aria, che però devono corrispondere ad un risultato ben preciso ed esprimere una chiara visione della musica… una complessità che è difficile trasmettere.

Hai avuto altre opportunità formative?
Il Master di II livello in “Alta scuola di direzione d’orchestra”, promosso e sovvenzionato dalla Regione Puglia nel 2007: un’occasione per imparare moltissimo da maestri di grande esperienza e cultura, come Bruno Bartoletti (che poi ho seguito in molte produzioni operistiche), Donato Renzetti, Jorma Panula, Lu-Jia, Alain Lombard.

Nella tua biografia compare anche il nome di Yuri Ahronovitch
L’incontro con lui è stato davvero fondamentale per la mia vita di musicista: nei primi anni 2000 Ahronovitch tenne il corso di direzione dell’Accademia Chigiana. Le iscrizioni erano state moltissime e la prima selezione avvenne attraverso i DVD: fummo scelti in dodici e alla fine solo in due ottenemmo il diploma di merito e la borsa di studio. Da quel momento Yuri Ahronovitch si prese cura di me, sostenendomi con grande entusiasmo e convinzione; è stato lui che mi ha portato a credere che avrei potuto fare della direzione d’orchestra la mia vita e il mio lavoro.
Siamo stati in contatto quasi quotidiano fino alla sua scomparsa nel 2002, ed ho ricevuto da lui doni preziosi, insieme ad infiniti consigli, molte partiture e perfino la bacchetta di Evgenij Mravinskij, il leggendario direttore della Filarmonica di Leningrado e primo interprete di molte Sinfonie di Šostakovič.

La direzione d’orchestra non ha significato per te l’abbandono del pianoforte
Niente affatto. Il pianoforte è una parte del mio corpo, forse più della bacchetta. È un rapporto imprescindibile, un legame fortissimo e unico.
Il pianoforte è il mio più importante mezzo di espressione, non solo verso gli altri, ma verso me stessa. Quando suono mi conosco, mi emoziono, metto tutto quello che sono.
La bacchetta non suona. Il pianoforte sì, e questo può essere estremamente gratificante oppure tragicamente difficile. Ma è un rapporto vero, a due, che ti restituisce quel che dai. Matematicamente ed esattamente.
Con la bacchetta in mano le variabili sono invece tantissime: che orchestra hai di fronte, di quante ore di prove puoi disporre, quale repertorio devi affrontare, che solisti trovi, quali cantanti hai a disposizione e così via. Tu sei la stessa persona, ma il risultato può essere e sarà molto diverso.
Tornando al pianoforte, nel 2002 ho fondato l’Ensemble Umberto Giordano, un gruppo da camera in cui suono e del quale fa parte anche mia sorella Ida, soprano. L’Ensemble è attivo in tutto il mondo, con tanti progetti musicali che si contraddistinguono per originalità.

Ovvero?
Per esempio proponiamo le versioni cameristiche del repertorio lirico, che resero familiare l’opera nei salotti aristocratici, consentendo al pubblico di rivivere le emozioni delle grandi arie, delle più celebri ouverture o dei duetti più noti.
Oppure cerchiamo di lavorare su rarità musicali: nel 2009 è uscito con la rivista Amadeus il nostro cd dal titolo Le canzoni di Ludwig, contenente brani beethoveniani poco noti per pianoforte, violino, violoncello e voce, che sono il frutto di una rielaborazione di canzoni popolari di varia nazionalità, cui Beethoven lavorò su commissione tra il 1810 e il 1820.

Hai anche un’attività solistica?
Sì, anche se la cosa che mi piace di più è suonare e dirigere contemporaneamente, ovviamente soltanto un certo tipo di repertorio: Mozart, il primo Beethoven, del quale proprio l’anno scorso ho suonato e diretto il Triplo Concerto.
Devo dire che la moda imperante dei solisti che dirigono mi lascia invece molto perplessa. La direzione richiede studio ed un’esperienza specifica, non si può improvvisare, nemmeno su un repertorio frequentato da sempre. A meno di non essere Bernstein…!

Parliamo un po’ di Bohème…
Un’operazione coraggiosa: alla prima prova (otto giorni prima del debutto a Livorno) abbiamo chiesto ai ragazzi dell’Orchestra Giovanile chi di loro l’avesse già suonata prima. Nessuno. E molti di loro suonavano addirittura un’opera per la prima volta.
Otto giorni a disposizione. Neanche uno in più. Il sabato 19 gennaio si sarebbe alzato il sipario e noi dovevamo offrire al pubblico una Bohème emozionante. Nel nostro mestiere il tempo va gestito alla perfezione, la “consegna” non può slittare (come spesso accade in altri ambiti, pensiamo alle opere pubbliche…).

E quindi avete lavorato a testa bassa
Esattamente. Battuta per battuta, frase per frase, periodo per periodo, atto per atto. I ragazzi dell’OGI hanno capito subito la portata del lavoro da fare, la complessità di quest’opera e non si sono scoraggiati. Hanno accettato di aggiungere al piano prove una gran quantità di tempo, superando a volte le otto ore giornaliere.
Sono certa che se qualcuno avesse assistito alla prima prova non avrebbe potuto riconoscere l’orchestra che ha debuttato a Livorno. Una trasformazione che ha avuto dell’incredibile.

Come hai fatto?
L’OGI lavora prevalentemente sul repertorio sinfonico. L’opera è un po’ diversa, e molti di loro l’approcciavano per la prima volta. Quindi la prima cosa è stata far comprendere questa diversità, cantando e spiegando il testo. L’idea di “tempo” è nell’opera molto diversa che nel sinfonico, perché si ha a che fare con le voci e con le esigenze di respiro.
La scrittura di Puccini, poi, è particolarmente insidiosa, perché spesso raddoppia le voci con gli strumenti, che dunque devono fare un passo indietro per cedere il passo al “fiato”, al “respiro” di una voce. Bisogna avere una flessibilità e una capacità di ascolto di quanto avviene sul palco, una cosa che richiede grande attenzione.
In questo i ragazzi della Giovanile sono stati paradossalmente avvantaggiati dall’inesperienza: non avere consuetudine con l’opera significa anche essere privi di preconcetti, non avere acquisito automatismi esecutivi che possono rendere l’orchestra meno reattiva al gesto del direttore. Si sono affidati al gesto e hanno imparato a non “solfeggiare”. Hanno fatto un grande sforzo, non solo adeguandosi al mio rigore e ad una tabella di marcia particolarmente pesante, ma anche autoresponsabilizzandosi e aggiungendo prove tra di loro in sezione. Mi hanno commosso! Pensa che il giorno della prima hanno accettato di buon grado di aggiungere qualche ora di studio con me la mattina. Sono stati eroici.

I primi giorni di prova erano stati a Fiesole, e poi vi siete trasferiti a Livorno per le prove in teatro
Sì; abbiamo lavorato con il doppio cast di cantanti, ed anche nell’adattamento alle diverse vocalità ho trovato grande duttilità da parte dell’OGI.
Gli interpreti vocali sono giovani e giovanissimi, che hanno a loro volta avuto un’accurata preparazione grazie allo staff di LTL Opera Studio ed in particolare al soprano Donata D’Annunzio Lombardi, grande interprete pucciniana, e a tutti gli altri docenti. Un progetto davvero meritorio, quello dei Teatri di Livorno, Pisa e Lucca; i tre direttori artistici investono sulla formazione, e questo è ammirevole.

Com’è stato il debutto livornese?
Un miracolo, direi. Un miracolo pieno di energia e gioventù. Proprio come deve essere La bohème.
I protagonisti sono giovani artisti che provano a vivere della loro arte: lo scrittore, il musicista, il pittore, il filosofo, la cantante. Proprio come i nostri interpreti, che sia sulla scena sia in buca stanno misurandosi col tentativo di realizzare i loro sogni attraverso l’arte.
Dal canto mio ho deciso di fare una Bohème diversa, sfruttando la situazione “privilegiata” di tanti giovani debuttanti; ho scelto di esaltare la freschezza della giovinezza indifesa, senza finzioni e manierismi. La mia Bohème è asciutta, ritmica, non indulge ai soliti rubati, se non nelle arie e nei momenti lirici, ma mantiene un tono giocoso e corale fino al momento di sfociare nel dramma finale.

E com’è stato ritrovare tutti questi giovani (un mese dopo) nelle due recite dei giorni scorsi al Teatro Verdi di Pisa?
La seconda recita è stata decisamente migliore della prima. La prima ha pagato un po’ lo scotto del mese trascorso dal debutto livornese. Ma in generale è andata bene.

In questa operazione c’è un’ampia valenza didattica, mi pare. Sarai stata avvantaggiata dalla tua esperienza di insegnante
Direi di sì. Insegno da quando avevo 18 anni, prima pianoforte, poi solfeggio, poi varie altre discipline, anche in vari conservatori e università nel mondo. Da oltre quindici anni insegno Elementi di Composizione e Analisi al Conservatorio di Foggia.
Credo nell’insegnamento e penso di essere una docente molto rigorosa e attenta. Ai miei studenti, oltre alla musica, cerco di far capire che devono crederci e puntare tutto sull’impegno e sulla preparazione. Senza risparmiarsi, senza giustificarsi, senza atteggiamenti vittimistici o distruttivi. Gli spazi per le persone davvero preparate ci sono. Non pensiamo mai a coloro che ci sorpassano perché hanno trovato una scorciatoia, a quelli che vedi sfrecciare perché qualcuno ha aperto loro una porta che magari doveva essere aperta a te; cancelliamo dalla nostra mente i raccomandati e le loro strategie. Prima o poi li saluteremo da lontano, perché il mondo ha bisogno di persone che conoscono il proprio mestiere e dobbiamo essere tra queste. Chi scende a compromessi alla fine ne resta vittima. La libertà e il merito, prima di tutto.
Anche questo provo ad insegnare: a provarci, a crederci, a fidarsi del proprio talento e delle proprie possibilità. A dare tutto.

Un’ultima domanda, sempre a proposito dei giovani: nel dicembre 2016 hai diretto l’orchestra del Sistema italiano ed il coro Manos Blancas nel Concerto di Natale in Senato. Come ti sei trovata a lavorare con tutti questi ragazzi? Quali sono state le tue emozioni?
Ero felice; non per l’eurovisione, né perché mi trovavo in un luogo istituzionalmente importante e simbolico per il nostro Paese e neanche perché ero la prima donna su quel podio dopo venti edizioni dirette da direttori del calibro di Muti, Maazel, Oren. Ero felice ed emozionata perché avevo di fronte tanti giovani, con i quali abbiamo fatto un percorso di musica vero. Eravamo quasi in cento al Senato, tra il coro e l’orchestra del Sistema, che tanto ha a che fare con Claudio Abbado e con la Scuola di Fiesole, centro propulsivo nella diffusione dell’educazione musicale ai più ampi strati di popolazione. Oltre cento giovanissimi, dai 5 ai 28 anni.
Come si può non essere semplicemente felici davanti al futuro, all’entusiasmo, alla gioia, all’emozione, alla bellezza, alla vitalità e alla purezza?
E come si può non essere doppiamente felici quando le istituzioni rendono merito e danno spazio a tutto questo?

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