Mathias Deichmann, grande amico di Piero Farulli e della Scuola - nonché presidente dell’European Chamber Music Academy - ci invia questa lettera aperta, attraverso la quale desidera condividere con tutti noi le sue riflessioni sul tema dell’apprendimento, come continuo processo di ricerca che docenti e discenti compiono insieme, all’interno di una relazione eminentemente umana.


Miei cari,

devo, e mi scuso, iniziare con un’esperienza personale. Senza, temo sarebbe più difficile capire quanto vi voglio dire. Alla fine degli anni sessanta ho conosciuto – insieme a mia moglie Francesca – Mario Lodi, Luciano Manzuoli, Caterina Foschi, Fiorenzo Alfieri, Francesco Tonucci… e poi Gianni Rodari e altri legati al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) basato sui principi di Célestin Freinet, grande pedagogista francese. In diverse occasioni ho collaborato alla Biblioteca di Lavoro di Mario. È stata un’amicizia lunga e bella, che ha profondamente segnato il mio atteggiamento sul tema dell’educazione e dell’apprendimento. E di questi tempi ci ripenso spesso.
Apprendere è qualcosa che comincia fin dalla nascita e che continuiamo a fare – o almeno dovremmo – per tutta la vita. Ma apprendere, per me, è sempre ‘insieme’: si apprende a leggere (e ad amare la lettura) leggendo insieme e ascoltando leggere i genitori… e solo insieme si può continuare. Il termine ‘insieme’ si capisce meglio nella sua versione tedesca: non è solo zusammen (accezione spaziotemporale) ma gemeinsam (in comune).
A proposito di termini, preferisco apprendere che richiama un’attività, un agire ma anche un’emozione, a imparare (ed il suo speculare insegnare) che mi appaiono più legati ad una oggettivizzazione di contenuti.
Al ginnasio ho amato molto una professoressa di matematica (una bella persona, da tutti i punti di vista) che quando c’era da dimostrare un teorema ci proponeva di provarci, con risultati talvolta astrusi ma sempre stimolanti. Nella vita professionale mi sono trovato spesso nel ruolo di docente a corsi per adulti: sempre ho cercato di porre il problema e di avviare una ricerca comune delle soluzioni possibili.
Con questa impostazione ho per esempio aderito con entusiasmo e passione all’approccio creato da Hatto Beyerle alla European Chamber Music Academy: non la semplice trasmissione – da parte dei maestri – di regole e contenuti della musica (il “si fa così!” tipico di una tradizionale masterclass), ma la costruzione di un percorso in comune di ricerca in cui ciascuno deve trovare la sua interpretazione, vorrei dire la sua collocazione. Non è sempre facile da capire; troppo spesso anche i nostri ‘ragazzi’ hanno fretta di tradurre in esecuzione quello che pensano di avere imparato nella lezione e corrono a provare, invece di profittare di tutte le occasioni di approfondimento e di apprendimento insieme (per esempio ascoltando le lezioni di altri) che le sessioni di ECMA offrono.
Ed è per questo che oggi sono decisamente preoccupato per la direzione che la pedagogia, la scuola (le scuole) stanno prendendo, solo parzialmente a seguito della pandemia di coronavirus; certamente sui tempi brevi ma temo fortemente anche su quelli medio lunghi! Già la decisione di abbreviare – almeno in Italia – i tempi delle lezioni della scuola di base a 40 minuti, quando sappiamo benissimo che per affrontare certi temi sarebbe meglio dedicarci almeno intere mezze giornate, con veri gruppi di lavoro anche interclasse (interetà)… Ma pensare alle scuole superiori e all’università con una abbondanza di lezioni a distanza (in streaming) vuol dire incrementare in peggio l’abitudine già troppo diffusa delle lezioni frontali. Forse in qualche caso di tematiche prettamente scientifiche può ancora essere accettabile, ma non appena si coinvolge umanità, spirito, emozioni, arte ecc., non può che essere assolutamente deleterio!! Già oggi molti, troppi pensano che per risolvere un problema sia sufficiente aprire il computer o lo smartphone, e la risposta compare come per miracolo! Vuol dire ridurci tutti a specialisti (microspecialisti) di qualche cosa…
Personalmente non ho grande esperienza della cosiddetta didattica a distanza, posso quindi solo osservare. Docente e discente si trovano in luoghi diversi e di per sé sono influenzati da contesti diversi; in molti casi non si vedono nello stesso momento; il docente non vede le reazioni immediate del discente (o dei discenti). Una prima conseguenza, anche perché chi insegna vorrebbe essere il più chiaro possibile, è che il suo discorso diventa più lento del normale, più professorale, più concentrato su regole e contenuti (rischio di noia!). A sua volta l’allievo, non potendo esprimere in modo diretto (visivo) le sue reazioni, le deve confinare ai momenti in cui è autorizzato a parlare: quindi, eventuale timidezza a parte, è chiamato a strutturare un discorso (magari critico), cosa certo non facile di fronte al professore. Eccetera…! Quindi insieme non esiste, nemmeno nel primo senso del zusammen. E se questo coinvolge emozioni, come in qualsiasi momento si tratti di arte, letteratura, poesia, musica… Si potrebbe forse pensare a modalità alternative, in cui ciascuno dei protagonisti del percorso dell’apprendimento abbia lo spazio per raccontare (raccontarsi) la propria esperienza globale rispetto al tema della lezione; ma ciò richiederebbe un approccio diverso, una integrazione tra diverse modalità, una sperimentazione… uno sforzo che forse non molti sono disposti a fare.
Tornando alla musica, che non a caso è linguaggio – e linguaggio universale – mi vengono in mente due piccoli esempi sullo specialismo. Hans Peter Blochwitz una volta ha detto a un giovane pianista: “Prova a convincere le tue dita a pensare…!” E un intelligente direttore di conservatorio mi ha detto: “Facciamo un terribile errore. È come se dicessimo a un aspirante giocatore di pallacanestro di passare anni a palleggiare nel chiuso di una stanza per poi mandarlo in campo ordinandogli di giocare in squadra !!...”

Mathias Deichmann
Inverigo, giugno 2020