Il primo incontro da vicino dopo un anno di conversazioni online è già un’occasione speciale, ma l’emozione con cui mi preparo a salire alla Torraccia è accresciuta dalla particolarità di questa intervista: la signora che sto per incontrare ha compiuto un gesto di grande generosità e significato, disponendo un lascito testamentario col quale la proprietà di una sua casa fiorentina sarà trasferita alla Scuola. Perciò, pur rispettando il suo desiderio di mantenere l’anonimato, le chiederò di raccontarci cosa l’ha spinta a farci un regalo così speciale.

Come è arrivata la musica nella sua vita?
Attraverso la passione di mia madre, che suonava il pianoforte; si era diplomata al Conservatorio di Firenze, e desiderava che anch’io imparassi a suonare. Così prima ancora di andare a scuola prendevo lezioni di musica, e iniziavo a mettere le mani sullo strumento.
Alla precocità degli inizi non ha fatto seguito una continuità d’impegno, anzi sono stata lontana dal pianoforte per lungo tempo, ed ho ripreso a suonare solo in età matura.

Quindi non ha fatto studi regolari?
Non ho mai avuto aspirazioni professionali, e le scelte lavorative mi hanno portato altrove. Fra l’altro, una volta sposata, nella nostra casa non c’era posto per un pianoforte, ed anche nella mia vita, fatta di spostamenti, non era possibile coltivare appieno la passione musicale.
Era rimasto però una sorta di imprinting materno e così, quando le condizioni lo hanno reso possibile, ho ripreso a studiare, e continuo ancora, ovviamente in modo totalmente amatoriale.

Lasci che le dica che qui alla Scuola gli amatori sono benvenuti! Abbiamo un percorso dedicato a loro, che comprende formazioni cameristiche e perfino un’orchestra che si chiama ÂME, che sta per Amateur Music Ensemble.
Non lo sapevo… che bella cosa! Del resto non mi stupisce, perché quando sono arrivata qui, negli anni ’80, è stato proprio per cantare nel coro, allora diretto da Elio Lippi, che lo aveva fondato nel 1977.
Sono stata felice tra i cantori, in quegli anni: c’era un’apertura amatoriale che faceva sì che nessuno si sentisse a disagio. Cantavamo – pur con tutti i nostri limiti – con piena e soddisfatta dignità.

Ricorda qualche concerto in particolare?
La preparazione ed il concerto in cui eseguimmo l’oratorio Jephte di Giacomo Carissimi furono tra le esperienze più coinvolgenti. Se non ricordo male, fu in quell’occasione che cantò con noi una grande artista come Anna Caterina Antonacci. Eravamo davvero onorati della sua presenza.

Quindi lei veniva regolarmente qui a S. Domenico; mi faccia indovinare… forse il lunedì e il giovedì (i giorni in cui ancora oggi si tengono le prove della Schola Cantorum F. Landini)?
Esattamente! Avevamo “la macchina”, che nel nostro gergo iniziò a indicare un piccolo gruppetto di persone che, abitando nella stessa zona della città, salivano insieme. Venire a Fiesole è stata anche un’opportunità di amicizie molto piacevoli, ed in particolare sono rimasta molto legata ad un’amica.

Per quanti anni ha frequentato il coro?
Per sei anni.

E non le piacerebbe riprendere a cantare?
Attualmente sono molto presa dal pianoforte, che studio con una certa assiduità. Mi piacerebbe anche approfondire la conoscenza dell’armonia, e sarebbe bello farlo qui…

La Scuola è un contenitore molto ampio: dai piccolissimi agli adulti, passando attraverso i percorsi accademici ed il perfezionamento, tutti a Fiesole trovano uno spazio per esprimersi con la musica, e soprattutto per farlo insieme.
Ne sono anch’io testimone: quello che mi è sempre piaciuto della Scuola è proprio l’aspetto amabile, la capacità di creare gruppo, amicizia, divertimento.
Nella vita ho fatto l’insegnante, e so che per ottenere il massimo dagli studenti servono principalmente due condizioni: credere profondamente, totalmente a quello che si dice e all’importanza di quanto si sta facendo, e riuscire a far partecipare attivamente gli studenti, coinvolgendoli e non facendoli sentire incapaci.
Queste due cose le ho trovate nel coro fiesolano: pur nel nostro livello molto amatoriale, era evidente che il maestro del coro era convinto che ciò che stavamo facendo fosse una cosa della massima importanza, e lo stesso pensava suo nipote Gianni Fabbrini, che ci accompagnava al pianoforte.

Certamente questa è la premessa essenziale ad ogni trasmissione di sapere
Penso che la cosa peggiore che si possa fare con i piccoli - o con gli amatori - sia l’essere condiscendenti, perché in quel caso trasmettere il sapere diventa impossibile. Così come obbligare semplicemente qualcuno ad imparare qualcosa è sempre possibile, ma i risultati sono inevitabilmente poco soddisfacenti.

Il fatto che lei si occupi di discipline complesse rende ancor più significativo ciò che sta dicendo
Sono convinta che non esistano differenze tra le discipline: tutto può diventare comprensibile, a patto che il docente abbia capito. La comprensione profonda di ciò che si trasmette determina la capacità di tradurre in un linguaggio chiaro a chi ascolta.
Se l’insegnante ha un gergo rigido, se si accontenta di una frase significante, questo vuol dire che lui stesso non ha capito davvero e quindi non riuscirà a far capire agli altri.
Capire le cose non è facile, raggiungere una comprensione profonda è un ideale, tante volte si insegna qualcosa che non si è capito così bene. Se ne siamo consapevoli possiamo migliorare. Io alla fine ero molto migliorata rispetto agli esordi, in cui ricordo che mi capitava talvolta di accontentarmi di un appagamento verbale. Pian piano ho capito che se ero capace di tradurre ciò che sapevo, ciò significava che la mia comprensione era davvero soddisfacente e la trasmissione avveniva a quel punto in maniera naturale ed efficace.

Anche il coro fiesolano ha rappresentato per lei – stavolta discente - un’esperienza di questo tipo?
Direi di sì: nel coro l’insegnamento prescindeva dalla competenza tecnico-musicale. La cosa interessante era che lo spartito che tenevamo tra le mani non era leggibile da tutti i coristi. Malgrado questo, il maestro era convinto che il testo fosse decodificabile, anche se la notazione musicale rimaneva misteriosa. Ed era proprio così! Egli riusciva a dare un senso alla notazione, indipendentemente dalle conoscenze tecniche dei singoli cantori.
Coloro che ignoravano le strutture della musica rimanevano ad un livello di comprensione più superficiale, ma alla fine leggevano quello spartito. La scrittura musicale non rimaneva comunque inaccessibile, perché il maestro trovava la chiave per trasmettere questo sapere. Ripensandoci, era davvero bravo.

Lasciata Firenze, ha cantato in altri cori?
No, in realtà sono stata per molti anni una pendolare, e così ho finito per non essere in grado di programmare attività di questo tipo.
Ora sono in pensione. Inizialmente non ne ero affatto felice, ma evitare le lezioni online, cui la pandemia ha costretto i colleghi, ha alleviato in parte il mio dispiacere.
L’insegnamento a distanza è qualcosa di molto diverso da quello che è stato il mio lavoro, faticoso ma appagante proprio per il contatto umano con gli studenti.

Ad un certo punto ha maturato l’idea del lascito testamentario alla Scuola… del quale le siamo davvero molto grati!
Anche io sono grata alla Scuola, ci tengo a dire che considero questa operazione come un dono reciproco. Credo sia un normale desiderio umano, quello di sopravvivere in qualche forma ed io, che non ho avuto figli, sono contenta che sopravviva, a me legato, qualcosa riguardante la musica, che nella mia vita ha avuto una parte importante.
Così ho preso contatto con la Scuola e ho chiesto se eravate interessati ad acquisire, quando non ci sarò più, la casa dei miei genitori. Ho posto la condizione che sia utilizzata esclusivamente come foresteria per allievi e docenti, e sono certa che la decisione dipenda anche dalla mia vita di insegnante: l’idea di ragazzi che studiano e vivono lì mi rende felice.
So quanto sia stimolante per gli studenti stare insieme e condividere le esperienze; ricordo che, quando venivo qui alla Scuola, vedere e sentire tanti giovani suonare e cantare mi metteva allegria.

Nella casa c’è anche un pianoforte, quello che vediamo nella foto…
Apparteneva a mia madre, è un verticale che fu comprato negli anni ’30. Era stato fabbricato a Torino dalla ditta Piatino, che “travestiva” i suoi strumenti con nomi tedeschi, nel caso Steinbach, una sorta di garanzia di qualità. Certamente all’epoca sarà stato un buon pianoforte, mentre oggi è un po’ consumato dagli anni. È un pezzo della vita della famiglia, e mi fa piacere pensare che possa servire a qualcuno degli studenti che alloggeranno nella casa, anche solo per fare un po’ di tecnica…

Come è avvenuto il suo contatto con la Scuola?
Ho inviato una mail, scrivendo che desideravo parlare della possibilità di un lascito testamentario. Mi ha risposto il vostro segretario generale, la dottoressa Minucci, ed ho parlato con l’allora sovrintendente Cinatti, che è venuto con lei a vedere la casa. Qualche tempo dopo ho avuto una lettera molto gentile della presidente Ravoni e poi sono venuta in visita alla Scuola, dove ho conosciuto il sovrintendente De Sanctis… ero un po’ frastornata, ma per fortuna c’era ancora la dottoressa Minucci!
La casa sarà proprietà piena della Scuola, con l’unico vincolo che non potrà essere fonte di lucro. La mia richiesta è che studenti, docenti o anche personalità ospiti della Scuola possano usufruirne a titolo gratuito, magari con un contributo per le spese di gestione. Vorrei infine che fosse identificata con il nome di mia madre.

È una cosa bellissima! Rispettando il suo desiderio di riservatezza non le chiedo quale fosse il nome della mamma, ma lasci che la ringrazi ancora di cuore - a nome di tutta la Scuola - per il suo generoso e prezioso regalo.
Spero di incontrarla spesso a Fiesole, magari il lunedì ed il giovedì, sul tardi… che ne dice?
Non lo escludo…