Musicista e studioso, compositore e professore ordinario presso l’Università di Padova, Michele Biasutti è tra i componenti del comitato scientifico del nuovo Master Music EduAction, che la Scuola aggiunge quest’anno alla sua ricca offerta formativa post lauream di I livello, in partenariato con l’università telematica UniPegaso.

In vista della sua partecipazione alla Fiera Didacta Italia per la presentazione del Master, siamo lieti che Michele Biasutti abbia accolto il nostro invito a parlarne.

Benvenuto, professore!
Ringrazio per l’invito e per la possibilità di parlare di questa iniziativa, all’avanguardia nel panorama nazionale ed internazionale.
La Scuola è stata la prima istituzione a raccogliere la sollecitazione di Claudio Abbado, interessandosi a El Sistema venezuelano e cercando di farlo vivere in Italia. L’impegno profuso in questa direzione ha reso una volta di più la Scuola un modello ed un riferimento a livello nazionale.
Ho condotto alcune ricerche scientifiche per capire come migliorare la relazione insegnante-allievo e sull’insegnamento efficace (per una panoramica della mia ricerca segui questo link), in modo che questo processo si sviluppi – nella trasmissione e costruzione del sapere musicale - in maniera sempre più armoniosa. Già da decenni i fondamenti scientifici di questa armonia sono oggetto di studio, ed è molto importante che i docenti di domani siano formati non solo sul piano strettamente tecnico delle conoscenze disciplinari, ma anche a proporre una didattica efficace e consapevole basata su tanti aspetti altrettanto imprescindibili, quali quelli relativi alle neuroscienze, alla psicologia…

Diversi, quindi, dagli insegnanti pur bravissimi del passato
Decisamente. Ho studiato anche io al conservatorio, diplomandomi in flauto e musica elettronica: l’impostazione era piuttosto rigida, con insegnanti che a volte ti ascoltavano (e a volte meno…).
Adesso i tempi sono cambiati e si è sviluppato quello che definiamo il learner center approach, ovvero un approccio basato sul discente, che mette in primo piano le caratteristiche dell’allievo. Il Master, cui partecipano molti valenti colleghi sotto la direzione scientifica di Flora Gagliardi, nasce da queste necessità, in un contesto come quello di Fiesole dove il desiderio di sperimentare cose nuove sorge naturale, perché l’ambiente è estremamente ricettivo e disponibile all’innovazione e può fungere da traino a molti conservatori.

Ricerca e didattica stringono un rapporto sempre più intenso
È decisivo, e lo verifico quotidianamente intrattenendo contatti molto stretti con istituzioni internazionali, ad esempio nel Regno Unito, dove il legame tra ricerca e didattica è particolarmente solido, e nei conservatori c’è un dipartimento specifico dedicato alla ricerca sulla performance musicale che collabora con gli altri dipartimenti. D’altra parte i due ambiti vanno a braccetto, perché la ricerca dev’essere ancella della didattica e dare stimoli, ed è altrettanto importante che sia ricettiva verso le problematiche e le necessità evidenziate dagli insegnanti di strumento. È un rapporto fondamentale, che all’interno del Master teniamo in prima considerazione.

Come può la ricerca essere d’aiuto a chi accompagna un bambino alla scoperta di uno strumento musicale?
Si tratta di un tema estremamente importante e delicato. Come diceva Alfred Tomatis, l’avviamento alla musica dovrebbe avvenire 6 mesi prima della nascita! Svolgere attività propedeutiche a livello di scuola dell’infanzia e scuola primaria deve diventare un’assoluta priorità, per il nostro Paese, mentre purtroppo a livello istituzionale non si è ancora dedicata una cura sufficiente a questo aspetto. Qualche tempo fa ho collaborato ai lavori di una commissione ministeriale che, con l’obiettivo di dare più spazio alla musica nella scuola primaria, portarono al taglio dell’educazione musicale nella scuola secondaria di secondo grado dove si praticava (ovvero l’istituto magistrale). Purtroppo il risultato atteso non si è raggiunto, e siamo rimasti a poter contare su sporadici progetti, senza un piano strutturale che preveda l’insegnante specialista in musica, figura presente in altri paesi del mondo come gli Stati Uniti e la Croazia, solo per fare un esempio. Poter contare solo sulla buona volontà dell’insegnante di italiano o matematica significa dover rinunciare a competenze specifiche in favore di una semplice infarinatura, e la differenza non è poca.

Quali sono le tecniche specifiche che si potrebbero invece mettere in campo in un piano strutturato?
Una metodologia molto diffusa a livello di scuola primaria è l’apprendimento cooperativo, che attualmente si pratica dove è possibile stabilire una collaborazione con le scuole di musica del territorio: ogni settimana i bambini fanno la conoscenza di uno strumento, e possono anche portarlo a casa, per rafforzare il contatto e prendere confidenza. Come avvio, molte metodologie che abbiamo importato si basano sulla dimensione cooperativa e collaborativa, con la condivisione di esperienze e pratiche.

La “dimensione cooperativa” è nel titolo del suo corso nel Master…
Esattamente: una serie di studi ha evidenziato l’importanza dell’apprendere fra pari, soprattutto per quel che concerne la motivazione.
La motivazione è diventata uno degli ambiti di studio più importanti, a livello internazionale, per il significato che ha nel raggiungimento del successo della relazione didattica. Per quanto riguarda l’apprendimento collaborativo, è una delle grosse innovazioni in campo musicale, ma già da molti decenni lo si pratica nell’istruzione primaria; stiamo provando ad introdurlo anche nell’istruzione secondaria, dove si riscontra qualche resistenza in più.

Come si colloca, in questo processo, la tradizionale lezione di musica individuale?
Per capire quali sono le attitudini e scegliere lo strumento è utile una dimensione collettiva, magari all’interno di un gruppo orchestrale che affronti un repertorio molto semplice, ma una volta scelto uno strumento anche la dimensione individuale è molto importante.
La lezione individuale non è in alternativa alla lezione collettiva, si tratta di due tecniche che possono essere integrate e, come sempre nella didattica, una quota importante del successo di un approccio in entrambe le tipologie sta nel tipo di risposte che il docente riesce ad elaborare di fronte ai problemi. È importante riuscire a trasmettere valori, sensazioni e non solo fatti tecnici, in questo senso il rapporto personale che l’insegnante di strumento instaura nella lezione individuale può fare la differenza.

Quest’anno abbiamo tutti sperimentato la didattica a distanza: è stata anch’essa oggetto delle sue ricerche?
Ho condotto alcune ricerche su questo, sentendo insegnanti che le hanno vissute con grande fatica, mentre per altri sono state l’occasione di sperimentare nuove attività anche nella lezione collettiva: il gruppo si è mantenuto compatto attraverso il collegamento di tutti in video e l’esecuzione di piccoli frammenti in sequenza, avendo difficoltà a suonare simultaneamente. Ponendo obiettivi didattici diversificati è possibile sfruttare a proprio vantaggio le possibilità offerte dalla tecnologia.

Una delle lezioni del suo corso nel Master si intitola “l’insegnante riflessivo”
Si tratta di un filone di studi piuttosto ricco, che ho cercato di adattare al contesto italiano. Molte ricerche internazionali dimostrano che l’insegnante è efficace quando è in grado di riflettere sul percorso e sul suo modo di relazionarsi agli studenti. Propongo stimoli di riflessione per gli insegnanti in formazione, ma il metodo può essere valido anche per docenti già in servizio. Si tratta di tenere un diario riflessivo per fare il punto e mantenere ben presenti gli obiettivi di ogni lezione, così da poter misurare l’efficacia dell’apprendimento in base all’insegnamento proposto: apprendimento e insegnamento sono due facce dello stesso processo, ed è molto importante fare valutazioni in itinere, per affinare strumenti che contribuiscano all’efficacia del percorso.

Sempre più spesso i bambini sembrano far fatica a mantenere la concentrazione
Bisognerebbe dare un’occhiata alle statistiche, che sono comunque incomplete perché in alcuni casi i disturbi dell’attenzione non sono certificati.
In generale, però, anche una semplice osservazione ci mostra come i bambini di oggi abbiano un’agenda molto fitta, arrivando spesso alla fine della giornata esausti. Gli stessi genitori, nel timore di far perdere ai propri figli un’opportunità formativa, finiscono per incastrare gli impegni dei bambini a scapito del necessario tempo libero.
Penso però che, tra le tante attività che si possono proporre a bambini e ragazzi, la dimensione musicale sia particolarmente adatta e possa essere di grande aiuto anche nell’incremento delle capacità di concentrazione; molto utile risulta un adeguato funzionamento del parent tutoring musicale che, in varie sperimentazioni che stiamo portando avanti, rivela la sua efficacia a patto che si stabilisca una relazione collaborativa tra genitori e insegnanti.

Possiamo dire che si è operato un rovesciamento di prospettiva… in passato l’avviamento alla musica era più frequentemente legato al rivelarsi di un’attitudine naturale
La musica ha un potere molto importante e proprio nei seminari fiesolani di Didacta ne saranno esaminati vari ambiti di intervento, tra cui le attività ritmiche della body percussion, che danno risultati notevoli anche in caso di difficoltà connesse alla dislessia.
In ogni caso, se è importante fare dell’educazione musicale una questione di cultura, altrettanto significativo è tener conto dello sviluppo della mente e dell’ambito psicofisico, perché la musica non agisce solo a livello cognitivo.
È sorto un filone di studi di neurochimica della musica, in cui si studiano le modificazioni che la musica genera nel corpo, con il controllo della produzione di ormoni che determinano cambiamenti nel nostro stato. Questo aspetto ci fa capire ancora di più quale sia il valore di un’esperienza musicale, anche dilettantistica, e meglio ancora insieme in famiglia.

A proposito invece di esperienze musicali professionali, vorrei chiederle di parlarci della sua attività compositiva, che si esprime attraverso quella che lei definisce “musica ecologica”. Quale significato dobbiamo attribuire a questa indicazione?
Definisco la mia musica ecologica perché si rifà all'ecologia della mente e rivaluta la sfera primaria della percezione uditiva. Ad esempio in alcuni brani ho perseguito una riscoperta di sonorità e di ritmi primordiali, stimolando la sensibilità sonora di base e archetipa delle persone. In altri brani ho cercato di indurre una dilatazione della dimensione spazio temporale e di stimolare la sfera profonda della percezione, recuperando elementi fondamentali della natura umana.
Chi desiderasse farne esperienza, può ascoltare Critical Band e Iridescent Figures 

Sempre in merito all’ascolto, forse non si insiste abbastanza sull’importanza che esso riveste nell’attività musicale
È un aspetto fondamentale, che dev’essere oggetto di uno specifico insegnamento: educare le persone all’ascolto attivo è il primo passo per dar loro le chiavi di ingresso nel mondo musicale, altrimenti la musica resta sempre qualcosa di difficile da capire e di estraneo.

Con l’attività didattica torniamo all’importanza del ruolo del legislatore
Esatto, ed è un punto dolente: anche per me, professore ordinario all’Università di Padova, far ricerca in campo musicale nel mio Paese è difficile; si è visti come persone un po’ strambe, ed ottenere l’approvazione del finanziamento di un progetto non è affatto scontato, mentre tutti gli altri progetti di ricerca (quelli che non riguardano la musica) sono accolti con una attenzione maggiore.
Si tratta di un pregiudizio culturale nei confronti della musica che non esiste all’estero: ho in corso vari progetti – ad esempio con il Royal College of Music di Londra ed altre istituzioni nel Regno Unito – relativamente ad attività musicali. Tra questi uno riguarda gli anziani, perché le attività musicali possono cominciare prima di nascere e continuare per tutta la vita. Gli ottuagenari sono attivissimi con la body percussion e l’improvvisazione, nonostante le frequenti difficoltà motorie; e ci sono evidenze scientifiche che perfino nella cura dell’Alzheimer la musica ha un grandissimo potenziale, col vantaggio di essere più divertente delle altre attività normalmente proposte ai degenti, che infatti attendono con impazienza l’incontro con il musicoterapeuta.

Tutto questo aumenta senz’altro l’impatto che la musica è destinata ad avere nel prossimo futuro. Non le sembra di intravedere qualche piccolo segnale di cambiamento, anche nel nostro Paese?
È un problema culturale, al quale dovrebbe mettere mano una classe dirigente sensibile e attrezzata sul piano scientifico, perché investire in cultura – e soprattutto in musica – significa operare scelte decisive per il futuro della popolazione e della società italiana.
Chi ha le competenze tecniche e scientifiche deve farsi avanti, quindi Fiesole dev’essere in prima linea: la Scuola è un’istituzione unica, sia a livello didattico sia per il tessuto culturale che la anima. Da questo luogo speciale possono giungere stimoli importanti, approcci innovativi e proposte concrete perché alla musica sia data l’attenzione che merita.